Si è chiamati per servire

Non si tratta solo di realizzare se stessi imitando Gesù, si tratta di partecipare alla sua missione. Ecco la vocazione: un dono ma, nello stesso tempo, un impegno, una responsabilità. È sempre così. Nel progetto di Dio, il dono è sempre responsabilità. La vocazione assegna un compito nella comunità. Non siamo al mondo solamente per noi; la prima fondamentale scelta, che un uomo possa fare per realizzare la sua esistenza, è quella di vivere per gli altri. Chi non fa questa scelta ha già sbagliato in radice la sua esistenza.

Qualunque cosa, poi, egli riesca a realizzare, in realtà non realizzerà mai se stesso perché, al di fuori di un rapporto che si metta sulla linea del servizio, la persona umana non si può realizzare. Questo è un dato della psicologia. Solo nel rapporto con l'altro, con gli altri, l'uomo si realizza. Dunque, soltanto vivendo per gli altri e, nella fatti specie, per la Chiesa, ognuno realizza concretamente la sua vocazione personale, perché ogni vocazione ci chiama a lavorare per la costituzione del Regno di Dio nella Chiesa, dove tutti indistintamente siamo coinvolti nell' opera della salvezza

«Va' e annuncia» perché non c'è vocazione che non comporti automaticamente una missione personale.

 La vocazione

Benché sia difficile, non bisogna dimenticare che quando Dio ci assegna una vocazione, e dunque una missione, non ci lascia mai soli in questo compito. La reazione spontanea dei chiamati è sempre quella di fare obiezioni! L'obiezione è costante. Qual è la risposta che Dio dà a questa obiezione? Molto semplice: «lo sono con te». È la risposta invariabile che tappa la bocca a tutte le obiezioni: «Non ti lascerò solo, sarò con te». Dio è con noi e con il suo spirito ci dona tutte le forze necessarie per realizzare il suo progetto. Diciamolo chiaro: questo progetto non è commisurato alle nostre povere forze umane, è proporzionato alla grazia di Dio, quella grazia che è senza limiti.

Occorre tener conto del carattere dinamico della vocazione. Essa è sempre una risposta dell'uomo al Signore che, nel tempo, continua a chiamare presentando esigenze sempre nuove. Non è mai un problema chiuso. Anche se conosce momenti decisivi e irreversibili, essa si costruisce giorno dopo giorno.

Nel linguaggio corrente si usano certe espressioni un po' ridicole, del tipo: «Quel ragazzo ha la vocazione!». La vocazione non è una cosa che si ha, come un oggetto che si porta in tasca; è una cosa che si vive. Proprio perché la si vive, è dinamica. È una realtà che deve crescere ogni giorno, non è mai un problema risolto una volta per tutte. Non è come schiacciare un interruttore e si accende la luce, e una volta accesa rimane accesa. Non è così. Se fosse così, saremmo tutti santi.

Se bastasse aver detto un "sì" nella vita per aver risolto il problema della vocazione, la Chiesa sarebbe una realtà ben diversa da quella che è. Il guaio è che gridare un "sì" in un certo momento della vita è relativamente facile; ripeterlo tutti i giorni è difficile. Eppure bisogna dirlo tutti i giorni questo sì se vogliamo realizzare la nostra vocazione perché, nel momento in cui non lo si dice più, è finita. In altri termini, l'elemento chiave della risposta vocazionale è la fedeltà. Non la generosità. Fedeltà e generosità si possono associare bene, ma se si dovesse scegliere tra le due, io sceglierei la fedeltà.

La vita riserba sempre: nuove sorprese. Dio continua a parlare e fa sempre proposte nuove.

Il tema della sequela di Gesù non è mai risolto del tutto. Non è un problema risolto neanche per chi ha servito il Signore per questa strada durante 20-30 o 40 anni. Si è sempre da capo. Perciò anche la Giornata delle Vocazioni non riguarda solo i giovani; è la giornata per tutti perché il tema delle vocazioni, anche per ciascuno di noi, non è mai risolto del tutto.

Mons. Mariano Magrassi

 

 

 

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