13ter

L'aggiunta dei primi tre versetti del capitolo ottavo a proposito delle donne che seguivano il Signore,

sposta il baricentro significativo della pericope evangelica che chiude il settimo capitolo, incentrata sulla correlazione tra il perdono e l'amore, e ci costringe così a cercare una ragione più profonda di tale accorpamento nel brano proposto dalla liturgia, ragione probabilmente intesa da Luca stesso.

1. Nella lettera del 1995 per il giovedì santo indirizzata a tutti i sacerdoti, sulla relazione del sacerdote con la donna, Giovanni Paolo II non poté esimersi dal notarlo: oggi, come al tempo di Gesù, lo stuolo delle donne discepole è più numeroso e disposto di quello degli uomini ed effettivamente è innegabile che quello di Gesù con le donne sia stato un discepolato di maggior successo.

 

Le donne dei vangeli simpatizzano per Gesù; da esse riceve amore come qui in casa di Simone dalla donna peccatrice; accoglienza ed affetto prima dalle sorelle di Lazzaro e poi attenzione regale da una di esse, Maria, a Betania; ammirazione dichiarata nel brano di Luca al cap. 11 da parte della popolana colpita dal suo fascino (indimenticabile l'espressione a voce levata che, nella lode del più bello tra i figli dell'uomo, non può fare a meno di glorificare la donna che l'ha generato); lacrime di compatimento durante il cammino del Calvario; la loro presenza coraggiosa e attonita, ma sicuramente bene accetta, sotto la croce ed in ultimo, il mattino di Pasqua, la ricerca appassionata e ostinata di Maria Maddalena.

 

A parte la perfida Erodiade e Salomè, la figlia plagiata, nei vangeli non si ritrovano figure negative al femminile; gli uomini si sono scontrati col Cristo, mai le donne che, al contrario, sempre lo hanno ricercato, seguito, toccato, accarezzato...

Qual è il mistero di questo indiscusso e indiscutibile feeling?

Giovanni Paolo II, nella Mulieris dignitatem al n. 16, lo individua nella sensibilità: "Sin dall'inizio della missione di Cristo, la donna mostra verso di Lui e verso il suo mistero una speciale sensibilità che corrisponde ad una caratteristica della sua femminilità".

 

2. Entriamo più profondamente nel mistero teologico di questa sensibilità, caratteristica della femminilità, che risulta ancora più misteriosa per il fatto che, se è evidente il maggior successo di Gesù col mondo delle donne, è altrettanto evidente che l'invito alla sequela da parte sua s'è diretto in modo manifesto ai maschi: questi li ha chiamati, le donne invece lo hanno seguito.

 

Il protagonismo attivo dei maschi della Palestina in tutti i settori della vita, massimamente in quello religioso, se da una parte risultava una "chance", per un'altra, soprattutto negli ambienti della ricchezza e massimamente del potere, li portava a contrapporsi fatalmente al Signore per la proposta radicale, totalitaria ed ineludibile del vangelo del Regno, per entrare nel quale è necessario ricominciare daccapo, come propone Gesù a Nicodemo o, ancor peggio, diventare bambini. Non così per le donne, le quali al contrario, percependo la propria realizzazione soprattutto nel sentirsi amate e, magari facilitate dalla complementarietà sessuale, intuivano con prontezza l'amore potente del più bello tra i figli dell'uomo. Così, ciò che per gli uomini, per i quali, a detta di Nietzsche la felicità è: io voglio, rappresentava una sorta di misconoscimento della loro potenza, esse, già misconosciute, soprattutto a quel tempo, lo vivevano come attenzione simpatica nei loro confronti e valorizzazione del loro genio, come dirà Giovanni Paolo II.

 

Insomma la maggiore riuscita di Gesù con le donne è legata alla loro condizione di povere di YHWH. Ad essi, i poveri che non possono contare su nessuno è riservato lo sguardo benevolo del Signore, come per "tutto quello che è perduto" nel vangelo di Luca. La femminilità predispone al discepolato perché più facilmente le donne sperimentano d'essere arricchite dall'attenzione, così, per altro inaspettata, di un rabbi, salvo poi ad accettare le conseguenze di questo amore che fa nuove tutte le cose, a cominciare dai cuori che si lasciano raggiungere da esso. Insomma esse non somigliano ai gruppi di bambini sulla piazza, che rimangono a guardare, snobbandosi vicendevolmente, ma volentieri si lasciano mettere in gioco da Cristo Signore: il gioco serio della salvezza (cfr. Lc 7,32ss.).

3. L'incontro con Lui, nel primo racconto della donna nella casa di Simone, libera costei dai sensi di colpa. Stupenda icona, quella di questa peccatrice fisicamente sana e presumibilmente attraente, ma malata, anzi già morta, nel cuore, che coraggiosamente si avvicina al Maestro e sfidando tutto e tutti senza parlare, ma nel gesto eloquentissimo e regale dell'unzione, gli confessa la sua povertà e soprattutto la sua indegnità! Così la donna, mossa misteriosamente nel cuore dall'Amore, ama a sua volta e guarisce, distogliendo gli occhi dal suo volto deturpato, per contemplarsi innocente nello sguardo accogliente e misericordioso di Gesù. È la nuova creazione annunciata dai profeti.

Sta qui l'essenza misteriosa e nascosta del sacramento della penitenza. Il Signore conceda ai sacerdoti un raggio del suo sguardo!

Quindi Luca continua con la descrizione di Gesù che con il gruppo dei dodici passa di città in villaggio annunziando il Regno, ma, unico tra gli evangelisti, lui di Antiochia, greco di razza e di educazione, non può fare a meno di indicare che delle donne lo seguivano e di nominarne alcune, quelle probabilmente più in vista.

Anch'esse sono state da Lui guarite; raggiunte dall'amore santamente terapeutico del Maestro, sono state liberate dai condizionamenti del male che condanna a un narcisismo perverso l'uomo ed ancor più la donna.

Solo quando si è risanati, quando s'è fatta l'esperienza dell'Amore più grande di Dio che salva e si è riempiti di esso, l'uomo e la donna sono in grado di vivere la gratuità nell'amore per gli altri. Infatti, solamente chi è pacificato in se stesso da un amore più grande, come il bimbo svezzato in braccio a sua madre del salmo 130, è in grado di ringraziare come il samaritano lebbroso, l'unico che ritorna, e può, finalmente grato a Dio della vita e dimentico di sé, dedicarsi agli altri; può prendersi cura di loro, ossia amarli nella forma del servizio che è l'amore concretissimo, senz'alibi di sorta.

 

È questo, a rifletterci, il mistero della santa liturgia cui stiamo partecipando: oggi come allora, pensate, in un'assemblea composta più di donne che di uomini, ma tutti guariti o almeno con la speranza di guarire.

 

Qui riceveremo amore nell'incontro con Lui, e da qui ripartiremo alla volta della vita, in mezzo agli uomini, per essere noi stessi la sua presenza tra di loro negli ampi e intricati territori dell'esistenza.

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